"Nessuno ormai, dopo Gomorra, può dire di non sapere.. di non sospettare.." Franco Roberti, coordinatore Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli  

Essere Roberto Saviano

di Ivan Castiglione, protagonista dello spettacolo teatrale "Gomorra"

Indosso tre anelli, si spengono le luci e tutto accade.

Un po' come quel film in cui un uomo tramite un cunicolo, scivolava nella testa di John Malkovich e per 15 minuti viveva la vita del grande attore americano, per poi venirne espulso violentemente. Ecco, per me è più o meno così...

"Roberto, sai l'ora?" guardo il cellulare. "Sono le 23...ciao Enzo ci vediamo domani". Lui mi guarda con i suoi occhi neri, sorride e mi dice:"a domani Ivan". Si infila i suoi guanti da lavoro e scompare tra i tubi innocenti della scenografia.

Fuori dal teatro c'è un freddo che spacca le mani, ma devo far presto, i miei compagni mi aspettano per andare a cena...ed io sono sempre l'ultimo, o quasi. Mi immergo nel giubbotto e inizio a camminare.

Dopo lo spettacolo sono sempre in una specie di stato di trance, come se i residui di tutte le emozioni di cui ho abusato mi continuassero a sballottare le budella ed il cervello... e allora capita, più che capita è quasi una costante, che possa dimenticare qualcosa in camerino...ed è sempre qualcosa di importante e necessario, mai nulla di assolutamente inutile. Ma questa volta, dopo la mia solita auto perquisizione spasmodica, ero veramente fiero di me: ogni cosa al suo posto.

Cellulare nel taschino della giacca. Chiavi della macchina nella sacca del giubbotto. Porto la mano alla gola e c'è la mia sciarpa nera. Portafogli nella tasca interna. Tutto al suo posto.

"Grazie! E Complimenti!" Mi volto e c'è una signora che mi segue. Guance arrossate, voce tremolante ed occhi grandi e lucidi. "Grazie di cuore!" Io la guardo e le porgo la mano, lei me la stringe... forte, fissandomi per un istante negli occhi; poi inizia a guardarsi i piedi come se cercasse delle parole nascoste sotto le sue scarpe che potessero aiutarla a raccontarmi i suoi pensieri. Non riesco nemmeno ad accennare una frase di circostanza che scoppia a piangere e scappa via, urlandomi: "Grazie Roberto e scusami". La guardo andare via, mi stringo nel corpo e riprendo a camminare.

Sono quasi due anni che sono Roberto Saviano nello spettacolo Gomorra e sono circa 3 anni che conosco Roberto. È veramente raro che un attore interpreti un ruolo di una persona esistente; poi se quella persona è anche un amico, la cosa è ancora più straordinaria. La prima volta che ho visto Roberto sono rimasto fermo e in silenzio; vedevo delle mani che in maniera frenetica si agitavano davanti ai miei occhi; era come se le dita cercassero di seguire una quantità infinita di pensieri, pensieri che prendevano forma in parole semplici, profonde e dirette ferocemente al mio stomaco.

Il primo giorno che ho incontrato Roberto le mie viscere sono state letteralmente devastate, senza la minima pietà, da quel dito indice che sfregava come un ossesso sul dito medio della sua mano.

Il freddo del nord Italia mi sembra veramente insostenibile; sarà la nostra predisposizione meridionale a cercare almeno nel clima un riscatto a tutta la depressione che invade le nostre terre, ma sembra che il giubbotto pesante che ho indossato stasera non riesca minimamente a proteggere le mie ossa. Maledico l'istante in cui ho deciso di andare in teatro a piedi, per fare due passi, lasciando in albergo la mia macchina ed il suo riscaldamento supersonico. Durante la tournèe, l'automobile diventa come una seconda pelle, che ti protegge e conserva i tuoi odori.

 

Il 26 aprile 2008 è stato il giorno in cui ho amato di più la mia macchina. Ricordo perfettamente la data perché era il giorno dopo la messa in onda in tv dello spettacolo Gomorra. Ero a Napoli per lavoro ed ero in fila indiana ascoltando Isn't she lovely di Stevie Wonder, accodato a una decina di macchine in attesa del verde del semaforo.

Il famoso assolo di armonica a bocca del meraviglioso Stevie è uno dei momenti musicali più alti che orecchie umane possano ascoltare. Un rumore sordo di due dita che battono sul vetro fecero scivolare la melodia di Wonder per terra, sul tappetino della macchina. Due ragazzi a cavallo di uno scooter, due facce di pietra, due, mi riconoscono e quello alla guida, prima di dare gas al motorino e superare le altre macchine, mi urla: sei un uomo di merda! Vai a fare in culo tu e Saviano! E mi sputa sul vetro dell'auto.

Silenzio e ancora silenzio! Almeno tre minuti infiniti di silenzio. Anche il suono dell'armonica di Stevie sembrava completamente sparito.

Paralizzato, come quando eviti un incidente mortale in macchina. I polpastrelli delle dita spingono, nervosi e pieni di rabbia, la gomma dello sterzo. Lo sguardo inebetito, fisso nel vuoto.

Umiliazione, terrore, confusione e subito coraggio, forza e un dovere di tranquillità, perché appena il vento o la forza di gravità avrebbero fatto sparire quella sudicia goccia di saliva dalla mia auto, tutto sarebbe finito, perché il senso di pudore e rispetto nei confronti di Roberto Saviano e verso chi costantemente vive l'assurdità di questi pericoli e di ben più rischiosi, avrebbe obbligato il battito del mio cuore a tornare ad un ritmo costante e normale.

Il giorno dopo il 25 aprile, il giorno dopo l'anniversario della liberazione, ho amato visceralmente la mia Mazda 3 e il senso di protezione che i giapponesi avevano accuratamente inserito nelle lamiere di quell'automobile.

Giro l'angolo e mi ritrovo al centro della piazza, al centro del centro della piazza, poco distante dal teatro, solo come uno Gnu' senza il suo branco. Il buon ritmo che avevano tenuto le mie polacchine non è bastato a farmi arrivare in tempo. Eppure io li avrei aspettati. Dannazione! Ora mi toccherà chiamare uno di loro e farmi spiegare la strada per la trattoria "da Mario"; mi pare sia questo il nome del Ristorante che avevano prenotato. Gaudino, l'attore che interpreta Mariano, mi dice di imboccare via Roma, la via principale che parte dalla piazza. Non ho nemmeno il tempo di percorrere qualche metro che spuntano da dietro le macchine, dove si erano nascosti, tutti gli altri Gnu'. Il livello di spavento misura esattamente la riuscita di uno scherzo e, poiché ero completamente terrorizzato, questo significava che ci ero cascato in pieno. E questo voleva dire che uno solo poteva aver ideato l'imboscata: Adriano, il più giovane del branco. Quando ci fermiamo in Autogrill, durante i viaggi da un teatro ad un altro, ogni volta che mi ritrovo davanti al bancone dei libri, mi sale una specie di smania compulsiva e prendo un po' di copie esposte di Gomorra e le metto sugli altri scaffali e sulle copertine degli altri libri esposti, così l'autogrill si riempie dei coltelli di Warhol e si tinge di rosa. È una cosa che non posso non fare ed è un legame che mi piace tenere con il libro e con la parte più lucignola di me. Chiaramente, Adriano, monello per eccellenza, è il compare perfetto per la gomorrizzazione dell'autogrill.

Stasera sono proprio felice di cenare con i miei compagni di scena. Non è sempre così, alle volte vorrei staccare con tutto, ma stasera non vedo l'ora di sedermi a tavola con Giuseppe, Adriano, Francesco, Gaudino ed Ernesto; ho voglia di sentire le loro differenze e la loro passione.

Il ristorante " da Mario" è in fondo alla strada. Ci incamminiamo, tutti sparpagliati a casaccio per la strada; siamo veramente l'antitesi di un plotone in marcia. Gaudino gioca col cellulare cercando di scoprire tutte le funzioni del suo nuovo Nokia, Ernesto ascolta Giuseppe che mi racconta una nuova storia che vorrebbe scrivere e Francesco ed Adriano un po' parlano e un po' si picchiano, come sempre! Prima di entrare mi volto e riesco a intravedere, tra le luci giallognole dei lampioni, la chiesa e la piazza.

"Si per me ovviamente è difficile e bellissimo parlare qui nella piazza di Casal di Principe questa mattina..:" queste sono le prime parole del monologo con cui apro lo spettacolo, Le stesse parole che disse Roberto quel giorno di settembre del 2006. Da quel giorno e da quelle parole, non ho potuto più incontrare da solo Roberto, in un negozio, per strada o in un bar. Mai più. Cazzo!

Ogni sera, nel tratto di palcoscenico che mi accompagna al microfono, penso all'ultima frase del libro: "Bastardi sono ancora vivo" e mi sento un uomo solo, forte solamente della sua anima e delle sue parole e di una rabbiosa disperazione. Allora mi sale il fiatone, trattengo ogni emozione nella bocca dello stomaco; l'indice della mia mano sinistra inizia a sfregare come un ossesso sul dito medio, e mi ritrovo nel centro della piazza di Gomorra.

L'anno dopo quel discorso sono stato a Casal di Principe, ad ascoltare Roberto che tornava in quella piazza. Era settembre e dovevo ancora iniziare le prove dello spettacolo. Quel giorno rimarrà per sempre impresso sulla mia pelle.

Forze dell'ordine ovunque, anche nelle vie distanti. Più mi avvicinavo al centro di Casale e più le pattuglie di polizia e carabinieri aumentavano.

Ho lasciato la macchina poco distante dal centro e ho continuato a piedi. Tutti i negozi erano chiusi. Sul muro di una palazzina c'era una targa con su scritto: Schiavone. Un po' di anni fa ero già stato a Casale, ma allora non avevo letto Gomorra e Schiavone mi avrebbe fatto venire in mente solo uno schiavo grande. Adesso, invece, non mi ha fatto pensare assolutamente a nulla...o a tutto, ma ho girato lo sguardo e ho iniziato ad accelerare il passo.

Dietro al palco, dove si sarebbero alternati gli interventi, c'erano una decina di macchine blindate. La piazza era piena di gente; sembrava apparentemente tutto normale, ma si respirava una tensione mostruosa. La scuola dedicata a Don Peppino Diana, affiancata da palazzi di 3 , 4 piani, con cecchini sopra i tetti. Tra le prime file di sedie, due posti riservati, con sopra scritti i nomi dei super latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine, ovviamente vuoti.

Guardavo le facce delle persone che incrociavo e cercavo di capire, dal tratto somatico, che tipo di persone potessero essere, da che parte potessero stare. Ero agitato e senza nessuna goccia di saliva in bocca. Mi sono voltato verso il palco e c'era Roberto, seduto; accanto a lui Bertinotti e altre persone che avrebbero parlato. Dietro di loro un muro di guardie del corpo. Roberto mi ha guardato e mi ha fatto un piccolo cenno con il viso; era teso e concentrato. Io sudavo e sudavo ancora.

Una giornalista si è avvicinata e mi ha chiesto se ero li per studiare il personaggio. Non sono riuscito nemmeno ad incazzarmi, ho farfugliato una non-risposta e mi sono spostato un paio di metri più in là.

Ecco, tocca a Roberto, non appena ha detto la prima parola al microfono, dei ragazzi alle mie spalle, davanti ad una saracinesca chiusa di un negozio, sono scattati dritti con le braccia intrecciate al petto. Altri facevano dei versi e risate sguaiate, per disturbare. Erano loro, quelli che stanno dall'altra parte.

La tensione era altissima. Sembrava potesse accadere qualcosa da un momento all'altro.

Le parole di Roberto erano potenti e decise, lo sguardo dritto verso le persone e le dita della mano sinistra che sembravano impazzite, come sempre.

Non so quanto sia durato il suo intervento, ma credo di averlo seguito tutto in totale apnea, anzi ne sono sicuro. Appena ha finito il discorso, l'ho visto sparire tra i ragazzi della scorta; solo in quel momento è iniziata ad entrare nuovamente l'aria nei mie polmoni.

Ho guardato per l'ultima volta quelli davanti alla saracinesca e sono andato via.

Stasera ho proprio voglia di un filetto di manzo al sangue, un' insalata e una Coca Cola.

Da questo istante si mette da parte tutto, si stacca con i Casalesi, con Gomorra e con Saviano, punto e basta!

Ci fanno accomodare ad un tavolo tondo, ci portano i menù. Io non ne ho bisogno, so già cosa voglio mangiare. Ordiniamo per antipasto una "palla al centro", praticamente una pizza da dividere per tutti. La pizza, anche se non è quella napoletana, per me è buona anche nel profondo nord. Giuseppe ordina un' orata al forno ed io, vittima della sindrome de " il piatto del vicino è sempre più buono", abbandono il filetto e prendo anche io l'orata; però la Coca Cola sarà la mia bibita di stasera!

Iniziamo a chiacchierare del più e del meno, necessario per rigenerare le meningi, ma sempre con toni appassionati e accesi e questo è il divertente.

Francesco, ci fa vedere un video di sua figlia di un anno e mezzo che balla. Io fingo di guardare il cellulare, ma con la coda dell'occhio osservo i suoi di occhi. Lo sguardo da duro che lo caratterizza diventa, a ritmo di musica, sempre più quello di un San Bernardo. Più la bellissima bambina esegue passi di danza e più Francesco sembra avere la stessa età di sua figlia. Sarà forse scontato ma credo che avere un figlio sia proprio il massimo della vita.

Gaudino sale in cattedra ed inizia uno dei suoi racconti pieni di incidentali. Lasciando passare la difficoltà nel seguire tutte le parentesi e digressioni, lui riesce comunque a creare una grande aspettativa per il culmine della storia; purtroppo, però, il finale non è il suo forte. Infatti, con una discreta verve dialettica e con una calda voce baritonale, riesce a catturare nel profondo la nostra attenzione trascinandoci nei meandri affascinanti delle sue storie, ma alla fine, all'apice emotivo del tutto, proprio quando ti aspetti la catarsi finale, lascia sempre sprofondare il racconto in una quotidianità poco degna di tutto il percorso fatto.

Giuseppe continua a raccontare ad Ernesto la sua nuova storia da scrivere: so che vuole capire l'effetto che ha sul più grande del branco ed Ernesto può sicuramente cogliere delle sfumature che nessuno di noi forse noterebbe.

Con Giuseppe ci conosciamo da più di dieci anni, abbiamo lavorato tantissimo insieme e abbiamo condiviso molte esperienze; però è in questa tournèe che ci siamo veramente avvicinati.

Giuseppe è un uomo che infonde serenità; con lui passi ore ed ore senza accorgertene.

Riuscirebbe a farti stare tranquillo anche in un bunker sotto un assedio di missili fotonici.

Ha una grande capacità di ascoltare e riesce, alle volte, a dire la parola giusta al momento giusto. Giuseppe è cosi e io gli voglio bene.

Mentre tutto procede nel migliore dei modi, ecco che si insinua tra i nostri discorsi, come un drago che sputa fuoco e incendia gli animi, la "domenica sportiva" più viscerale e casareccia che si possa immaginare; ovviamente tema centrale è il Napoli e le sue partite altalenanti.

Adriano quando parla del Napoli, anche se parla sui fiati, ha una voce che si sente fino in Papuasia; stessa cosa per Gaudino, Francesco e Giuseppe; e anche Ernesto ha la sua bella euforia vocale. Insomma, tutti si appassionano come leoni. Solo io, non tifando per nessuna squadra, rimango un po'sotto tono, ma come un perfetto opinionista d'assalto, creo scompiglio fingendo di tenere un po'per la Juve e un po' per la Roma.

Sarà il colore bordeaux delle tovaglie del ristorante "da Mario", sarà l'illuminazione giusta che ci avvolge, ma mi sento particolarmente bene e al centro di me stesso. E poi questa orata al forno è uno spettacolo.

Ora sono tutti in piedi, pronti per brindare al Napoli.

Io abbandono facilmente i colori bianconeri

Mi alzo.

Sollevo il bicchiere di vino.

Un istante prima di farlo toccare contro gli altri, vedo l'indice della mia mano sinistra sfregare come un ossesso sul dito medio.

Sorrido, faccio un respiro profondo e brindo al Napoli.

Maledizione!