La Ferita: memoria e talento a Napoli
Memoria. La memoria è il dono che ha l’essere umano per sopravvivere alla morte. Qui, a Napoli, in Campania e in Italia, diventa anche un dovere, per chi si rende conto che dell’ oblio si alimenta la camorra, per colorare di normalità la vita della gente che ha troppo da fare per ricordare chi è morto per essersi opposto ad un sistema che non ha niente di normale. La memoria è lo strumento per ricordare agli altri e a se stessi che non ci si deve abituare mai a vedersi tolto ciò che spetta di diritto (23 settembre 2006, di Roberto Saviano). Ricordare le vittime innocenti di camorra è allora un tributo dovuto, il tributo di una cittadinanza che si ribella alle vite che gli sono state tolte. Talento. Ma il racconto de La Ferita, il libro presentato ieri alla Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli(La Ferita, racconti per le vittime innocenti di camorra, edizioni “ad est dell’equatore”), è anche qualcosa di più. È anche una testimonianza di talento. È questo il tratto principale che contraddistingue chi ha partecipato alla realizzazione di questo progetto. A cominciare dai giovani ragazzi della casa editrice “ad est dell’equatore”, che a Ponticelli hanno saputo dare vita ad un melting pot di energie che ha raccolto, ne La Ferita, la testimonianza di tredici scrittori che hanno raccontato alcune delle vittime innocenti di camorra. Un racconto che è una meravigliosa testimonianza letteraria oltre che civile. Espressione di chi sa ancora usare la parola per creare qualche cosa che prende forma e si incastona nella vita di chi legge. Le blatte di Castelvolturno (Chilometro 43, di Riccardo Brun) e le impercettibili sfumature di Siani (Impercettibili sfumature, di Angelo Petrella). Il dolore che nun se po’ capì, (‘O Tì e Buonanotte Annali’, di Rosario Esposito la Rossa). Il martirio senza fine (L’ Assenza, di Ciro Marino). L’ attimo in cui una persona si trasforma in ricordo, (Alla fine del viale, di Roberto Russo). Lo strazio di un mondo dove l’umanità ha fallito, (Quel cerchio di odio e vendetta attorno alle tre madri-coraggio, di Conchita Sannino). La naturale propensione a stare ritti di fronte alla vita, (Mio padre Domenico Noviello, di Daniela De Crescenzo). La strage silenziosa dell’ ecomafia, (Una, Dieci, cento vittime invisibili, di Peppe Ruggiero). Il dolore che è come un’isola, (Un dolore come un’ isola, di Mario Gelardi). Quanto vale la vita in uno Stato incivile, (Il posto sbagliato, di Mario Gelardi). La perseveranza nella rivolta, non solo nell’ immediato, (Il farmacista Mascolo, di Raffaele Cantone). Il non-scontro tra “buoni” e “cattivi”, (Una città ad occhi chiusi, di Conchita Sannino). L’ incantesimo-maleficio napoletano, (Non basta…, di Daniele Sanzone). E poi La strada verso casa, e Cani sciolti, di Giuseppe Miale di Mauro. Dicono che quando perdi un arto capita di continuare a sentirne la presenza, finanche di sentirlo ancora dolorare. E la lotta è tra il dolore, fisico, che senti, e la razionalità che dice che quella parte di te non c’è più. È un po’ quello che succede quando muore una persona che ami: in ogni punto del corpo che ti rimane, senti dolore per un corpo che non c’è più, e lotti con la mente che ti dice che quel corpo ora è senza vita, che devi abbandonarlo sotto terra. La vita allora diventa una lenta terapia con cui cerchi di abituarti all’assenza, diventa una difficile riabilitazione in cui devi addestrarti a vivere con quello che ti è rimasto. Come si possa riuscire a farlo quando la vita da quel corpo che ami è stata tolta dalla volontà di un altro corpo, non lo so. Si dovrebbe chiederlo, ad uno ad uno, a tutti i familiari e agli affetti delle persone di cui troviamo i nomi in quelle nove pagine, fitte, che chiudono La Ferita. In quelle pagine ci sono anche gli accenti, segnati sui cognomi meno diffusi, affinché la lettura, la rievocazione, possa essere corretta.
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