"Nessuno ormai, dopo Gomorra, può dire di non sapere.. di non sospettare.." Franco Roberti, coordinatore Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli  

Napoli - Serenata calibro nove

di Marcello Ravveduto, Liguori, 2007

Il libro di Marcello Ravveduto, uscito pochi mesi fa per Liguori, colma una grossa lacuna nell'ambito della pubblicistica su Napoli. Tra i vari reportage e le tante inchieste, spesso ripetitive, mancava un testo che affrontasse a viso aperto uno dei fenomeni sociali più controversi degli ultimi anni: la musica neomelodica. "Napoli... serenata calibro 9" affonda le mani nel pieno di quella "cultura dell'omogeneità", ricostruendo con un taglio sociologico il contesto culturale in cui sono maturate canzoni come 'Nu latitante, 'O killer e Napule carcerata.
Il volume parte da una ricognizione storica, individuando nella sceneggiata di Mario Merola il ponte di congiunzione tra la musica napoletana classica e la canzone neomelodica. La sceneggiata infatti, a torto o a ragione, è interprete dei valori tradizionali, esprimendo vizi e virtù del popolo. Già la generazione successiva a Merola, con le canzoni di malavita di Pino Mauro e il partenopop di Nino D'Angelo, rappresenterà l'avvenuto salto nella "modernità", traducendo in musica il sentimento delle generazioni cresciute nella sterminata periferia urbana. In effetti, è proprio la «cruda applicazione del funzionalismo urbano», come scrive Giuliano Amato nella prefazione, ad avviare un processo di separazione dei diversi strati sociali. A partire dal dopoguerra, l'eclissi dello Stato e la segregazione in cui versano molte zone cittadine, determina la nascita di veri e propri Quartieri-Stato in cui la mentalità camorristica egemonizza ogni forma di espressione popolare. Nasce la "napoletaneria" che, secondo una definizione presa in prestito da Raffaele La Capria, è una forma di esibizionismo degradante, una rappresentazione fine a sé stessa: «ogni quartiere realizza un'isola sociale e culturale staccata dal resto della città che viene vissuta solo come sbocco di consumo della produzione musicale locale».
In realtà, i temi cari ai giovani neomelodici non si identificano completamente con la mentalità camorristica e il culto dell'aggressività, ma guardano piuttosto alla vita quotidiana dei quartieri popolari: amori non corrisposti, marginalità sociale, difficoltà economiche, contrasti familiari ed omosessualità. Il vero problema è semmai la mancanza di un orizzonte critico: la musica neomelodica, immersa in uno scenario apparentemente moderno e in movimento, ripropone in realtà i valori e gli schemi immutati di una società chiusa. Chi scrive rime come «'E guagliuni 'e 'stu rione / quanno senteno 'e canzoni / 'Int' 'e machine importanti / cantano meglje d''e cantanti» non punta ad un pubblico eterogeneo, ma interloquisce solo con chi è capace di ascoltarlo in quanto vive in prima persona le storie raccontate.
Il problema centrale che emerge dall'analisi di Ravveduto è dunque lo stesso a cui l'autore accennava nel volume Le strade della violenza, scritto nel 2006 in collaborazione con Isaia Sales: l'assenza dello Stato, la mancanza di politiche di integrazione, la lontananza dei ceti dirigenti e degli intellettuali da una cultura popolare che è costretta a cercare altrove - in modo distorto - il proprio sostentamento. Non si spiega altrimenti il divismo dei cantanti neomelodici, accolti alle cerimonie o nelle feste di piazza come star televisive. Lungi dall'essere una genuina forma di neorealismo popolare, come scriveva Erri De Luca, la musica neomelodica rivela piuttosto «la capacità "plebea" di metabolizzare la modernità attraverso un pop etnicamente marcato» e rappresenta l'altro versante di una cultura del disagio, che troverà piena espressione in forme musicali più mature e critiche, quale innanzitutto l'hip hop degli anni Novanta.

di Angelo Petrella